Il Diavolo
Non appena rimango in solitudine
Il Diavolo vaga per la mia anima
Ed inganno me stesso,
ed inganno me stesso.
Esco,
Diretta alla vecchia pietra miliare
Nell’ illogica attesa del tuo arrivo,
Quasi tu sapessi che sono lì ad aspettarti
Che sono lì ad aspettarti.
Vieni, vieni, vieni qui una buona volta!
Vieni, vieni, in una notte senza luna.
Perché tutto il mio essere ora brama
Tutto il mio essere ora brama
Ciò per cui un tempo sorridevo
Ora sembra insignificante,
Insignificante.
Some1
left Terra
on domenica, 23 marzo 2008
Drawer: musica, spirito, here in my head
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Hanno ragione quando dicono di vivere nel presente.
Eppure le cose più sono lontane, più acquistano fascino… il passato muta forma mentre lo ricordiamo, il futuro è una tela bianca tutta da scarabocchiare.
È come se fossimo sceneggiatori di noi stessi, è il richiamo della fantasia e della creatività.
Ed il presente? Noioso. È già qui… tra poco finirà. Era meglio quando era un futuro.
In tutto ciò la domanda che non posso fare a meno di pormi è: cos’ha davvero valore, allora, in questa sorta di continua proiezione astrale che mi porta ovunque fuorché nel luogo in cui sono?
Non so rispondermi… se c’è una cosa che ho capito, se c’è un impegno che davvero devo prendermi, è questo: uccidere il tempo. Vivere senza tempo. Sgozzare anni e ore, guardarli svuotarsi del proprio sangue fino a svanire completamente. Solo allora sarò davvero padrone della mia vita.
Il mio ottuso alter ego cattolico si ribella, e mi urla dietro:
“Il solo padrone delle nostre vite è Dio”.
Fanculo Dio. Solo perché lo chiamano così non significa che io non riesca a vederlo per ciò che davvero è: la divina terrificante personificazione dell’ennesimo dittatore. Una specie di Hitler bianco, che dispensa paradisi e nuvolette, anziché campi di concentramento e camere a gas, a tutti coloro che si piegano alla legge d’oro della passività. A chi si astiene dalla conoscenza.
E pensare che a me la frutta fa pure schifo. Devo mangiare quella maledetta mela, almeno comincerò a capirci un po’ di più in questo casino che mi continua a sfuggire dalle mani.
“Happiness is like TV: on or off, it’s up to me”
Some1
left Terra
on giovedì, 13 marzo 2008
Drawer: pensieri, here in my head
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Live a Roma, Auditorium, 09/03/2008
Meravigliosa, e vocalmente non era nemmeno in serata. Completamente sola sul palco, suona ogni genere di strumento, alcuni anche in contemporanea.
Entra sul palco camminando con grazia, indossa un abito nero di ispirazione vittoriana ricoperto di lustrini, abbozza un sorriso e, improvvisamente, ci si ritrova catapultati in una versione post-moderna di Cime Tempestose.
“Ho giaciuto con il Diavolo, ho maledetto il Dio dei cieli,
ho rinnegato il Paradiso per portarti il mio amore ”
Ed inizia To bring You My Love.
Fa uno strano effetto vederla così vestita ed avvolta da una luce tenue, quasi fosse uno spettro solitario rimasto cento anni sulla Terra, suonare la sua chitarra elettrica e graffiare con una voce da rocker consumata. Ma questa donna vive di contrasti, e l’intero concerto ne è la riprova.
PJ Harvey, come molte delle artiste femminili degli ultimi decenni, sembra venirci a ricordare che nella vita non si è mai una cosa sola: in noi convivono ogni sorta di opposti, e nessuno di questi va annientato. Diventiamo saggi quando impariamo a conoscere e controllare ogni parte del nostro essere.
Finito il primo pezzo, saluta il pubblico ed attacca una Send His Love to Me che non ha nulla da invidiare alla perfezione della versione studio. Anzi in assolo si accentua quel suo andamento da danza sciamanica, quasi un esorcismo. L’interpretazione vocale gioca sui piani e sui forti, dando un ritmo diverso alle parole. Bellissima.
Peccato però s’inizino a sentire i difetti di acustica della sala S.Cecilia; sarò sordo io, ma è il secondo concerto che vedo qui ed ogni volta l’audio fa schifo e la voce si sente poco.
PJ si sposta verso il piano, incorniciato da luci natalizie e ricoperto di ninnoli, cornici ed oggettini strambi, per eseguire i pezzi del nuovo album.
Comincia con una When Under Ether delicatissima e ben calibrata, che però risente particolarmente dell’equalizzazione decisamente bassa del microfono rispetto agli altri strumenti.
Ancora più penalizzata la successiva The Devil (suonata rincorrendo lo scandire di un metronomo), dove non riesce a prendere bene gli acuti del vocalizzo iniziale e la voce, vuoi per l’audio, vuoi perché non era al massimo della sua forma, spesso risulta un po’ calante e sforzata.
Molto meglio riuscita la canzone successiva, White Chalk, cantata attraverso un’armonica legata al collo e suonata in contemporanea al piano verso la fine del pezzo. La voce un po’ accarezza e un po’ graffia e, finiti i tre pezzi, mi sembra ancora una volta di trovarmi davanti il fantasma di Catherine Earnshaw.
Polly si alza e torna al centro del palco per imbracciare di nuovo la chitarra elettrica ed eseguire una perfetta Mansize seguita da un’altrettanto meravigliosa Angeline nella quale è accompagnata dalle percussioni di una drum machine che, finito il pezzo, si tramutano nell’allucinato ritmo di My Beautiful Leah.
Pj si sposta a destra del palco: ora la ho praticamente davanti, ed è un’emozione pazzesca.
Comincia a suonare i tasti di un minuscolo Yamaha QY20, come faccia a vederli per me è ancora un mistero. A metà canzone, con una mano sempre sul sintetizzatore, prende una bacchetta e comincia a picchiare i piatti che ha davanti.
La cosa che più adoro di questa canzone in versione live sono gli “NYAH!” isterici che fa sul finale, tra una frase e l’altra. Sublime.
Poi parte Nina (In ecstasy) , il sintetizzatore diventa un organo, ed io sono in lacrime.
Segue Electric Light, per la quale si gira verso una tastiera e la canta finalmente tutta da sola, senza quell’odiosa voce da oltretomba di John Parish. Le note alte del “sirens rising” sono estasi pura.
Ritorna al centro del palco con la chitarra e ci regala, una dietro l’altra un’esemplare Shame, ed una Snake posseduta.
Poi c’è uno dei miei feticci che, in versione solo, appare alquanto stravolta: Big Exit.
Le strofe sono abbassate di tonalità, hanno un ritmo diverso e più che urlate sono recitate.
Il ritornello è sempre lo stesso ma anche qui si sente l’affaticamento della voce che tende a chiudersi nelle vocali e a farsi più debole nelle note più alte. Il finale poi è troncato sull’ultima strofa, e manca del finale orgasmico della versione con band che tanto ho amato (ma lo fa in tutte le date di questo tour).
In generale la preferisco su cd, ma il riadattamento è comunque dignitoso. In altri concerti però l’ha fatta meglio.
A questo punto PJ accende di nuovo la drum machine, si siede, prende in mano lo zither, posa i piedi su un sintetizzatore a pedali (il Saurus Synth) e trasforma Down By The Water in un lamento sommesso. Il finale, in crescendo, è cantato con una voce rotta dal dolore che riesce ancora una volta a spezzarmi il cuore.
Maledizione alla solita acustica del cazzo, che rende lo zither appena udibile nella successiva Grow Grow Grow. Questo è stato il pezzo che mi ha introdotto alla musica di PJ Harvey ed è stato tra le canzoni che mi hanno accompagnato in questo periodo di transizione, sentirlo dal vivo non ha prezzo (per tutto il resto c’è mastercard).
Il piano, con i tasti illuminati di azzurro e di rosa, è di nuovo il protagonista nelle due canzoni che chiudono il set principale.
The Mountain, che è il brano vocalmente più difficile del suo repertorio, non le riesce benissimo, tanto che finisce con l’accorciare di qualche battuta gli altissimi vocalizzi finali.
Silence, invece, le riesce benissimo.
Il Bis si apre con quello che è forse il mio pezzo preferito del suo repertorio: The Garden.
Suonata alla chitarra elettrica ed accompagnata solo dalla drum machine, stranamente riesce a non perdere neppure un briciolo del suo fascino che, in Is This Desire, era dato maggiormente dal giro di piano in loop che sottolineava ossessivamente il ritornello. La chitarra riesce perfettamente nell’intento di ricalcarne la melodia, pur suonata solo come accompagnamento, e la voce di PJ sulle note finali si lancia in un’elegantissima improvvisazione vocale.
E poi Rid Of Me, che è davvero uno spasso da sentire dal vivo e che è nata proprio per essere suonata in assolo. Anche questa fatta benissimo, unica pecca che abbia tagliato il finale acapella su “lick my legs and I’m on fire, lick my legs and I’m desire”.
Seguono Water, bellissima pur se un po’ sottotono rispetto ad altre esibizioni, e su richiesta del pubblico C’mon Billy, entrambe suonate alla chitarra acustica, che domina tutti i pezzi di chiusura del concerto.
Gli ultimi due brani sono il singolo The Piano, che suonata live guadagna molto in bellezza ed intensità ed una Desperate Kingdom of Love scarna, dimessa e rassegnata in cui il dolore che pervadeva quasi tutti i pezzi della serata sembra essersi quasi assopito in una pacata rassegnazione.
Alla fine PJ resta in silenzio per qualche secondo, chiude gli occhi e poi li riapre per guardare il pubblico, anch’esso rimasto in silenzio. Poi esplodono gli applausi… lei ringrazia tutti e si congeda.
Mentre la guardo uscire penso ancora una volta a tutti i contrasti di questa serata: ho visto una donna sofferente, una donna ironica, una donna arida, una puttana, una ninfomane, una donna posseduta dal diavolo e allo stesso tempo una moderna Maddalena innamorata di Gesù, una figlia ed una madre.
Ora la vedo camminare con grazia verso l’uscita e mi sembra una principessa che si esce dalle ombre.
Ancora una volta la musica mi ha salvato… grazie.
Some1
left Terra
on martedì, 11 marzo 2008
Drawer: musica
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Non mi chiamo Charlotte, ma avrei anche potuto avere questo nome, fossi nato in qualche paese anglosassone (L'Italia è esclusa, Carlotta non l'avrei digerito. Avrei fatto causa ai miei genitori).
E poi un nome è soltanto un nome (Mi scuso con tutte le Carlotte. Tranne la Bruni).
Molto spesso le cose che ricordiamo, dopo una morte (di qualcuno... di qualcosa?), sono le ultime.
Le più tristi. Un volto stanco e solcato dalle rughe, flaconi di medicinali agonizzanti su un comodino, i pochi petali secchi rimasti di un mazzo di rose rosse, qualche debole scintilla in un mucchietto di cenere, la schiena di un ragazzo che se ne va a testa bassa...
Ecco perchè Charlotte si è congelata, immobile e perfetta nella sua bellezza in ibernazione, in attesa di una qualche primavera che la porti a nuova vita.
Lei vuole essere ricordata così, luminosa e pura, con il mondo nel viso e con la speranza nell'anima.
Anche io voglio essere ricordato così, come una giornata di Luglio, come un grande sole di mezzogiorno, con occhi pieni d'amore, quando ridevo come un pazzo, sorridevo anche nel pianto anche se, forse, un pò fingevo.
Frozen Charlotte – Natalie Merchant
Blu come neve d’inverno nella luna piena,
Nero come il profilo degli alberi,
Fiori tardivi giacciono nel ghiaccio sotto le stelle,
Vorrei che tu mi ricordassi così
Lontano… me ne andrò, mi aspetterai qui?
Per quanto… non so, mi aspetterai qui?
Immobile come il flusso del fiume in Dicembre
Silente e perfetto, ghiaccio accecante
La primavera mantiene le sue promesse,
non c’è freddo che possa fermarla.
Vorrei che tu mi ricordassi così.
Lontano… me ne andrò, mi aspetterai qui?
Per quanto… non so, ma aspettami qui.
Seguirmi… Non seguirmi fin lì, dove andrò.
Lontano… me ne andrò, mi aspetterai qui?
Per quanto… non so, mi aspetterai qui?
Seguirmi… non seguirmi fin quaggiù.
Seguirmi… non seguirmi fin quaggiù.
Un giorno al mio posto ci sarai tu,
Ed io ti aspetterò, qui.
Some1
left Terra
on martedì, 26 febbraio 2008
Drawer: pensieri, musica, amore, spirito, here in my head
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Non la chiamerei delusione. Quel sostantivo appartiene ad un passato che gradualmente nella mia vita si va conquistando l’aggettivo “remoto”.
Direi piuttosto che sono disilluso. Non che fossi partito con tutte queste illusioni ed ingenuità a riempire la mia valigia, anzi… il mio bagaglio era composto da qualche speranza, un po’ di coraggio, tante tante perplessità ed un modesto 5 % di illusione. È un’ottima cosa, questa, perché quando cado mi piace essere vicino al terreno, per farmi meno male possibile. Difficilmente spicco un volo alto senza un paracadute o la certezza di una bassa, bassissima, probabilità di precipitare.
E quindi accolgo questa disillusione con tranquillità, un sorriso ironico sulle labbra, e tanto senso dell’umorismo. E poi le note finali devono ancora essere suonate… e saranno metal rock, potete giurarci, un rock che investe ed aggredisce le orecchie di chi ascolta; per una volta tanto metto da parte il mio amore per pianoforti e melodia.
Non ho nulla contro la disillusione, se non è eccessiva e controproducente: fa brodo, come ogni cosa in questa lunga scuola della vita che, paradossalmente, inizia proprio dopo essersi alzati per l’ultima volta dal banco, dopo la campanella della sesta ora.
A scuola non ti insegnano nulla. Impari quello su cui lavori e sbatti la testa da solo.
Infatti non ho mai dato un grande peso a compiti ed esami.
Non ti insegnano a farti rispettare, ma solo a chinare la testa davanti a chi ha più potere di te.
La solita, vecchia, piramide insomma, l’ordine gerarchico che regola ogni singola in questa società che qualche pazzo vuole farci credere essere democrazia. Suvvia, solo uno stolto può crederci.
Chi legge ora si starà chiedendo di cosa stia mai parlando…
dubito di poterlo dire chiaramente.
Meglio pararsi il culo ed essere ipocriti, quando serve, di questi tempi. Altra lezione imparata: non sempre è il caso di essere onesti… non conviene.
E quindi, come insegnano i grandi artisti, ci affidiamo a metafore colorate che possono salvarci la pelle, anche se dubito che qualcuno degli interessati leggerà mai questa roba…
ma meglio essere previdenti, né?
Allora vi dico che il mio nome è Emily, una Emily qualsiasi anche se questo non è il mio nome, e sono a stretto contatto con Miranda Priesty. Sono dipendente di una rivista che si occupa di moda, va dà sé (si chiama Runway).
Miranda non ama parlare, se non di sé stessa o per criticare altri.
A Miranda non piace dirti cosa devi fare, lei si aspetta che tu lo capisca da solo. E allora potrebbero tornare utili qualche corso di divinazione, tarocchi, o lettura nel pensiero, se uno ci crede, ovviamente. Se sei fortunato e conosci qualche maga, potresti noleggiare una sfera di cristallo, che può tornare utilissima e ti fa fare metà della fatica.
Miranda ama controllare. Per lei non esistono rapporti umani, ma solo rapporti di convenienza.
Miranda è gentile con te se le servi, sennò ti manda a cagare, mai direttamente, però: lei si serve di battutine al vetriolo tanto pungenti quanto interpretabili, così può sempre difendersi dicendo che non erano riferite a te. Insomma se non sei gradito ti induce a smontare le tende, ma la responsabilità te la prendi tu. Lei non ha fatto nulla, hands clean.
Miranda è una persona molto impegnata: non le piace fare poche cose, punta al massimo del lavoro.
È per questo che Miranda scopa poco, se non per nulla, e i risultati si vedono.
Miranda è sconfortata e stanca: non riesce a capire come mai sia circondata da un manipolo di inetti, lenti nella comprensione e goffi nell’agire, immaturi e poco inclini al suo impeccabile e scintillante pensiero politico. Lei si chiede come mai Dio le abbia fatto il torto di crearla così efficiente e sagace in un mondo di idioti… ma tenta di adeguarsi come può, poverina… criticando. Rigorosamente alle spalle si intende.
Poi c’è Attilio, ma potete chiamarlo Rambo. Attilio è una vecchia conoscenza, dal periodo in cui pensavo che il numero dei miei amici fosse molto più alto di quanto sia in realtà.
è una di quelle persone che vanno un po’ qua un po’ là, nel tentativo di piacere a tutti e di tenere sotto la sua ala (non profumatissima, per la verità) quante più persone possibile.
Anche ad Attilio piace controllare, solo che a lui non riesce molto bene… gli manca la stoffa.
In tutti i sensi: vedete, Attilio ha bisogno di molta stoffa per coprirsi.
Attilio ha la mente un po’ confusa, gli psicologi le chiamano crisi di identità: non sa bene chi è.
Non sa se è un asceta o un puttaniere, se è un alcolizzato o un astemio, se è un drogato o un moralista. Attilio fa sesso solo quando Ama (con la A maiuscola), e a quanto pare deve aver amato molte persone, alcune anche contemporaneamente.
Attilio è un po’ il papà che non hai mai avuto o che non hai mai voluto.
Lui sa tutto di te e di conseguenza, tutti sanno tutto di te, perché Attilio non è una persona riservata: a lui piace condividere un po’ tutto con tutti. Attilio soffre molto poverino, perché la ragazza che ama non gliela dà. Quindi lui giustamente se la prende da altre persone.
Attilio è una persona che ama impegnarsi sul sociale e lavorare sodo, gli piace sentirsi soddisfatto e lodato per il lavoro svolto… dagli altri. Attilio ha delle spiccate abilità canore e di danza, oltre ad un impeccabile gusto nel vestirsi, che manifesta indossando ben DUE capi d’abbigliamento diversi a stagione (ma non perché li alterni indossandone uno quando l’altro è in lavatrice: li alterna senza lavarli.)
Attilio è un mago dell’informatica: dovete sapere che è grazie a lui se abbiamo sventato il millenium bug; dovete ringraziare Lui se ora siete in grado di scrivere le vostre pene d’amore sul vostro blog, se trovate su internet le news del vostro partito o se potete farvi le seghine davanti ai video porno dei Bel Ami che vi siete scaricati.
Qualunque cosa tu abbia fatto nella tua misera vita, sappi una cosa: Attilio l’ha fatta prima di te.
Quando tu eri ancora uno sputo nei coglioni di tuo padre, lui aveva già camminato sulla strada dove cammini ora, aveva fumato l’erba che ti sta fumando ora, aveva riparando la macchina che stai riparando ora.
Dall’unione dei poteri di Miranda e Attilio, si assiste ad una bomba micidiale, una vera arma di distruzione di massa. E se tu sei costretto ad avere rapporti con entrambi, due sono le cose: o impazzisci o li fai fuori. O pieghi la tua testa o spezzi loro. Loro vorrebbero dare ordini, mettersi su un piedistallo e dirti cosa fare o, ancora peggio, indurti a fare quello che vogliono loro senza che tu te ne accorga. Mmmh… fatemi riflettere. Da quando avevo 10 anni non ho mai permesso a mio padre di darmi un ordine. Quando le maestre mi dicevano che dovevo fare come dicevano loro perché erano più grandi alzavo il culetto e me ne andavo. Quando i professori mi minacciavano li mandavo a quel paese. Cosa vi fa credere dunque che ora, a ventun anni suonati, io mi faccia manipolare da due sfigati repressi? C’è solo una cosa che potrebbe convincermi: i soldi. D’altronde è lavoro.
Già, ma di lavori se ne trovano tanti, magari dove il capo non tenti di umiliarti. Magari dove la gente non faccia uso di paroloni come “altruismo” e “impegno sociale” per gonfiare il suo ego e magari farsi una carriera politica.
Questa è per voi, figli di puttana.
Barons of Suburbia – Tori Amos
Baroni di Periferia,
Prendete pure un altro pezzo delle mie belle grazie.
Io sono nella mia guerra, voi nella vostra,
Combattiamo per la pace,
Mentre si prendono un altro pezzo di noi?
Ma tesoro, mi lascerei invadere dalla tua oscurità…
Forse potresti tramutare questa candida luce in blu militare,
Prima di andartene.
È stato un lieve errore di calcolo credere
Che i miei amici avrebbero aspettato dall’altra parte del ponte,
Dall’altra parte
Di questo cumulo di terra, un tempo una montagna,
Di questa pozione che è ora un veleno.
Si trovano dall’altra parte del diritto,
Si trovano dall’altra parte della sua mezzanotte.
Quando tutto è stato detto e fatto,
Cederemo un altro pezzo di noi
Ad un vegetariano carnivoro.
Baroni di Periferia, vi ho sentiti pregare
Prima di divorarci.
Quindi tesoro, ti lasceresti invadere dalla mia oscurità?
Ti è sempre piaciuto addentare il dolce wafer nel cuore del dolce,
Prima di andartene.
È stato un lieve errore di calcolo credere
Che i miei amici avrebbero aspettato dall’altra parte del ponte,
Dall’altra parte
Di questo cumulo di terra, un tempo montagna,
Di questa pozione, un tempo veleno.
Sto preparando una pozione,
per combattere il tuo veleno.
Sto preparando una pozione,
per combattere il tuo veleno,
Sto preparando una pozione,
per combattere il tuo veleno.
Sto preparando una pozione,
per combattere il tuo veleno.
Lei è risorta,
Lei è risorta,
Ragazzi,
Ho detto che lei è risorta.
Some1
left Terra
on sabato, 19 gennaio 2008
Drawer: pensieri, musica, friends, here in my head
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L’Altra notte mi sono svegliato, e mi sono accorto di aver sognato Mamma Lucci.
Mamma Lucci è stata per anni la mia ossessione: era la mia prof di disegno alle superiori.
Un donnone sobrio, misto tra Loredana Bertè e Moira Orfei, che amava parlare delle sue condizioni fisiche (“Belli miei, ho la diarrea”; “Domani mi vado a togliere la shpirale”; “Fate piano, ho 39.8 di febbre”) e mandare gli alunni dalla preside senza nessuna ragione specifica, a sfregio.
Si conciava, o forse dovrei dire addobbava, come un albero di Natale, con braccialoni modello cassettiera alle braccia, cinturoni con discrete fibbie di circa 15 centimetri di diametro, enormi croci diamantate (finte, almeno spero °_°) appese al collo e così via.
Ma il pezzo forte erano i vestiti: cappotto pelliccioso, leopardato o verde-oro modello fodera del divano, pantacollant superattillati che arrivavano sopra la caviglia e lasciavano intravedere lo spacco della sua… hem… “grazia”, calzini rosa e zeppe fornarina, di quelle che portavano le mie amiche a tredici anni.
Una pazza scatenata, che potrebbe tranquillamente far apparire qualsiasi comico come un personaggio insignificante e ordinario. All’inizio la odiavo, ma poi mi sono reso conto della verità: le era la mia Dea, l’unico motivo per cui andavo a scuola.
(Beh, diciamo uno dei motivi :D)
Ho passato anni ad imitarla, a fare di lei un personaggio, anche un bel po’ dopo la fine delle superiori, e poi… non ho pensato più a lei.
Ed ora ho cominciato a ricordare lei e quegli strani anni di scuola… che mi mancano.
Furono anni orribili, dolorosi, in cui pregavo di uscirne indenne, eppure ora nel ritornare indietro con la mente a quei giorni mi sale un’enorme nostalgia.
Rivivere quei tempi è come ricordare un sogno: confuso, distorto, irreale, c’è quasi da chiedersi se fosse della mia vita che si trattava. Ricordo quell’atmosfera… le mattine gelide sull’autobus con i Cranberries e Carmen Consoli sparati a palla nelle orecchie, il sonno terribile causato dalle innumerevoli nottate passate sveglio davanti al Pc a scrivere canzoni e guardare dvd, quell’odore di adolescenza inconsapevole, di un mondo che ti attende dietro una porta che ancora non sai come e se aprire.
È strano da dire, eppure ho la sensazione che il me stesso di oggi non abbia mai vissuto quegli anni: era ancora nascosto dentro di me, nascosto dalla paura del giudizio, dai complessi e da tutte le menate adolescenziali che ci fanno credere di essere soli al mondo, con il nostro “marchio speciale, di speciale disperazioni” a voler citare De Andrè.
Avevo paura di alzare lo sguardo, avevo paura di dire quello che provavo davvero.
Ero il giullare felice della scuola, io e le mie imitazioni, io e tutto ciò che riuscissi ad architettare per non espormi in prima persona.
Volevo essere visto, volevo spogliarmi davanti a qualcuno… in tutti i sensi. Ma non era ancora il momento.
Che tenerezza ripensarci… Le risate con i compagni di classe, le litigate con i professori, le prime timide chiacchierate con la mia migliore amica, le mattinate passate isolato alla finestra a pensare a quel che non avevo, vivendo su un ponte tra l’infanzia e la maturità.
L’Oggètto.
La Prèsidee.
La divina commedia che andava non solo letta, ma interpretata con enfasi: “PUTE la terra, che tutto ciò accoglie! Che vuol dire pute???” “Puzza.” “Sìì, puzza!! Che schifo!!”.
I due pezzi di pizza al crostino che prendevo a ricreazione (ci credo che poi ingrassavo).
Gli scherzi telefonici di gruppo fatti con il cellulare negli spogliatoi durante le lezioni di ed. fisica (Ma ero scemo? Sprecavo milioni in questo modo!°_°).
E poi tornavo a casa, litigavo con qualche familiare, e alle 3 del pomeriggio mi buttavo nel letto con le persiane rigorosamente abbassate, ascoltavo le peggio cose (Le t.A.T.u.!!!! O_O), e stringevo il cuscino immaginando che fosse un bel figone il cui unico scopo nella vita fosse rendermi fedele servigio… e dormivo.
Aah, beata adolescenza. (Di mer…)
Some1
left Terra
on mercoledì, 19 dicembre 2007
Drawer: pensieri, friends, cazzeggio, here in my head, the dreaming
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Esorcismo compiuto!
Washed and cleaned.
Some1
left Terra
on sabato, 08 dicembre 2007
Drawer:
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BLUE
Questo è il periodo dell’anno in cui riprendo ad ascoltare Blue di Joni Mitchell.
Dicembre: un mese di renne e neve, di canti di gioia e pace, di feste alle nostre porte decorate di vischio e di fiumi ghiacciati su cui vorrei tanto pattinare via, lontano, verso la fine del mondo.
Un mese in cui, nelle strade vestite di stelle artificiali, gli amori, quelli forti, che non hanno bisogno di un pezzo di carta del municipio [o di un Pacs?] per rimanere uniti e fedeli, convivono con la solitudine, con l’incapacità di trovare la costanza nell’oscurità, con bozzoli cinici ed ubriachi che annoiano qualcuno in qualche vecchio caffè.
Il Natale è la festa della lontananza e dell’Amore… un conto alla rovescia verso un giorno simbolo di nascita che porta con sé il perentorio marchio della morte, della brusca interruzione di un sogno. Qualcosa di bello e puro che, come un loto, nasce nel dolore dalla merda dell'egoismo umano.
Questo è il mese di River, di A Case of You, di The Last Time I Saw Richard.
Assoluto capolavoro di Joni Mitchell, BLUE è il simbolo del cantautorato confessionale al femminile, in cui una voce d'angelo si intreccia al pianoforte, alla chitarra acustica e al dulcimer, in una raccolta di canzoni d’Amore nate per portare avanti di qualche passo la definizione di “canzone d’amore”.
In questi brani ci sono l’incontro e la separazione, la densa disillusione che porta però con sé, come in un vaso di Pandora, una sottile speranza e la voglia di non arrendersi.
E così, passato il trambusto psicologico del compleanno, su queste note mi preparo alla festa della Famiglia, qualsiasi cosa questa parola significhi adesso per me…
E dedico la title-track dell’album ai ragazzi che ho conosciuto e amato, a quelli che ho lasciato e a quelli che porto con me, ed il primo della fila… sono proprio io.
Blu è un appellativo, il nome di un ragazzo che è diventato uomo troppo presto.
(o troppo tardi?)
Blu è un colore, il colore delle notti profonde e punteggiate di stelle, nelle quali impariamo a vedere nel buio aspettando la nuova luce, il colore del sonno e delle memorie.
Blu è uno stato d’animo, la malinconia. Lo sconforto, forse.
Blu è il sussurro di qualcuno che lascia la mano di una persona amata, e la guarda allontanarsi per la sua strada…
Blu è una preghiera: non smettere di amarti, non ti tradire.
BLUE
Blu…
Le canzoni sono come tatuaggi,
Lo sai, sono stato al mare prima d’ora.
Incoronami ed ancorami,
Oppure lasciami salpare via…
Hey, Blu,
C’è una canzone per te.
Inchiostro su un pennino,
Uno spazio vuoto da colmare.
E’ così facile affondare ormai,
Non devi smettere di pensare,
Puoi riuscire a oltrepassare queste onde.
Acidi, sbronze e scopate,
Aghi, pistole ed erba,
Quante risate…
Quante risate…
Tutti dicono che l’Inferno
è la meta più alla moda,
Beh, io penso proprio di no,
Ma andrò comunque a darci un’occhiata.
Oh Blu, ti Amo…
Blu, c’è una conchiglia per te:
Dentro ci sentirai un sospiro,
Una ninna-nanna nebbiosa,
Questa è la mia canzone per te.
<;
Some1
left Terra
on martedì, 04 dicembre 2007
Drawer: pensieri, musica
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...e meno male che cambiano.
E' ambivalente questo mio modo di sentire: da una parte vorrei aggrapparmi con le unghie ad ogni piccolo brandello di passato, impedire ai ricordi di sbiadire come una vecchia pellicola man mano che gli zeri davanti alle ore che ho vissuto aumentano vertiginosamente, e quelli davanti alle ore che ho ancora da vivere diminuiscono lentamente, ma inesorabilmente.
Dall'altra parte ho un bisogno vitale di correre, lontano dalla noia di ciò che ormai mi è fin troppo familiare...
Ho bisogno di cambiare.
Ho bisogno di restare fedele a me stesso.
Ho bisogno di evadere.
Ho bisogno di non allontanarmi dal centro della mia bussola.
Ho ventun'anni... Ho ventun'anni.
Vorrei averne molto meno e ripercorrere i miei ultimi cinque anni di vita cambiandoli.
Vorrei ritornare tra i banchi di scuola e vivere la mia adolescenza al massimo, senza freni, senza paure, senza remore.
Voglio dire a Maglioni che è un fottuto omofobo, che le idee clericali che impone come dogma assoluto durante le sue lezioni sono prive di fondamenta, storicamente inesatte e umanamente inaccettabili.
Voglio restituire le offese e i pugni a Flavio.
Voglio urlare ad Andrea che lo amo, e prendermi le conseguenze del mio gesto.
Voglio pentirmi di averlo fatto e vergognarmi di me stesso. Ma almeno l’avrei fatto.
(Simo mi ucciderà._.)
Voglio dire subito ai miei che sono gay… voglio costringere mia madre a convivere con la mia realtà.
Voglio cancellare gli anni trascorsi al buio e di silenzio, per paura che ogni minima parola potesse svelare le mie realtà.
Voglio rivivere la storia con Davide dall’inizio, comportandomi in modo diverso.
Senza fare più lo zerbino. Senza parlare quando non ho certezze, ma solo dubbi.
Senza fare accuse infondate. Ma senza accettare condizioni per me impossibili.
Voglio avere tutte le risposte che mi servono, voglio tenere gli occhi aperti, ma voglio poterli anche chiudere senza temere di trovare solo macerie, una volta riaperti.
Voglio ritornare con lui, e poi porre fine alla nostra storia in un modo più umano.
Anche alle MIE condizioni.
Vorrei non aver parlato troppo e troppo presto… vorrei non aver detto una bugia.
Vorrei non essere arrivato al punto di costruire una realtà immaginaria a mio beneficio, distruggendola quando le cose non si sono messe come volevo io. Vorrei che l’equilibrio precario di un altro essere umano non fosse distrutto a causa del mio egoismo.
Ma se tutto questo si avverasse, forse ora non sarei qui.
E in fondo mi piace dove sono.
E mi piace anche il buio e il silenzio che ho vissuto…
Quindi smetterò di pensare a cosa avrei potuto fare, e comincerò a pensare a cosa posso fare ORA E QUI. Senza paura… la paura è una gabbia, una gamba di gesso, una striscia di nastro adesivo sulla bocca.
“Because we can’t make up for the time that we’ve lost,
I must let those memories provide”
Ora ho bisogno di avere fiducia, di non avere paura.
C’erano una volta un bambino ed una bambina che vivevano nella mia pancia: mi osservavano, mi guidavano, mi illudevano.
Ora gli ho fatto un funerale. O forse li ho solo mandati a dormire per un pò.
In ogni caso mi sembra un addio…
Ma a pensarci bene ogni secondo che trascorre è un piccolo addio, la vita è un’interminabile sequenza di commiati.
Hello and good-bye… hello and good-bye.
Questo post sembra scritto sotto effetto di un trip allucinogeno, ma a meno che il Nescafè faccia quest’effetto, vi assicuro che non è così.
Basta parliamo un po’ di cazzate, Dio quando so essere pesante…
(mi piace da morire essere pesante! :-P)
I criceti sono cannibali!
Guido mi ha regalato due criceti per il compleanno, una cricetessa e un cricetesso.
Si chiamano Santa e Manuelo, anche se non ho ancora capito chi è il maschio e chi la femmina,
come minimo avrò dato alla femmina il nome da maschio e viceversa.
Mi sono informato sulle loro abitudini: tutti sanno che ai criceti piace mangiare, quello che forse non tutti sanno è che ai criceti piace mangiarSI.
- Se tieni insieme due criceti maschi, questi lottano per appropriarsi il territorio, uno dei due ammazza l’altro e se lo mangia.
- Se tieni insieme due criceti femmina POTREBBERO ANCHE andare d’accordo, a meno che a una delle due non girino i coglioni, prima o poi: in tal caso ammazza l’altra e se la mangia.
- Se tieni insieme un maschio e una femmina e il maschio decide di scopare, ma la femmina non ha voglia: non potendo i criceti parlare, lei non si limita a buttargli lì una palla, tipo “oggi no, ho mal di muso” o al massimo fingere un orgasmo. No, se la femmina non ha voglia di scopare i due fanno a botte, e chi vince, si mangia l’altro.
- Quando la femmina partorisce, se non levi il maschio dalla gabbia, lui va lì e si mangia i figli.
- Se la femmina partorisce troppo giovane, ammazza i figli e se li mangia.
- Se tocchi i piccoli prima che siano svezzati, la mamma non ne riconosce l’odore, quindi li ammazza e se li mangia.
- Se la femmina durante il parto e l’allattamento si sente stressata, impaurita, o semplicemente le gira male, ammazza i figli… e se li mangia.
- Se ci sono odori troppo forti che coprono l’odore dei cuccioli, la mamma… ve lo potete immaginare da soli.
Morale della favola: Manuelo se lo prende Osvy. Però ha deciso di cambiargli nome in Virginia, come Virginia Woolf, perché era lesbica. Io le ho fatto notare che Virginia è anche il titolo di una canzone di Tori Amos, che dice: “even you can’t remember your name”.
Grazie al cazzo, in una settimana sta povera bestia è passata da chiamarsi Manuelo, a Manu Chao, a Virginia, sarà minimo un po’ confuso._.
Ultimamente però vanno d’amore e d’accordo, quindi mi dispiace separarli.
Santa si chiama così, ma è bottana. Un po’ come Santa di American Doll Posse, lei beve in continuazione, si lecca la passera da sola, e gira la ruota cantando “Big wheel, turn my fantasy”, ma non canta mai “Guess you could say I’m a siamese” perché essendo un topo odia i gatti (come Matilde). E il titolo “You can bring your dog” le fa paura.
That’s all folks._.
Some1
left Terra
on giovedì, 29 novembre 2007
Drawer: pensieri, cazzeggio, spirito, here in my head, the dreaming
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Cos the you I knew is fading away…
Code Red
Qualcuno dice che ce la farò, qualcuno dice di no.
La vittoria è una sfuggevole troia,
E’ facilmente mia quanto può esser tua.
Mi faccio strada strisciando e sgusciando attraverso questa parodia,
Conosco ogni giocatore, e devo dirlo…
Durerà abbastanza da fartene avere un assaggio?
Finirò quest’ultima cosa, e poi mi coltiverò del vino,
Mi lascerò tutta quella gente disturbata alle spalle,
Quello che avete rubato l’avrei dato gratuitamente.
Codice Rosso! Mi stai fissando…
Codice Rosso! Mi sta fissando…
Beh a volte lo fa, a volte no.
A volte mi amo di più da sola.
Durerà abbastanza? Ne avrai un assaggio.
Ho un pacco da sei di coca, ed una bottiglia di Jack
“Qualsiasi cosa farai” Mi ha detto lui “Guardati le spalle”
Ho ottenuto fiducia e lussuria, poteva andarmi peggio…
Finirò quest’ultima cosa, e poi mi coltiverò del vino,
Mi lascerò tutta quella gente disturbata alle spalle,
Quello che avete rubato l’avrei dato gratuitamente.
Codice Rosso! Mi stai fissando…
Codice Rosso! Mi sta fissando…
Dai, piccolo, posso mandarti giù con un sorso
E poi ho il mio lavoro da fare, e da fare bene.
Dal momento che no darai garanzie chiuderò i conti.
Finirò quest’ultima cosa, e poi mi coltiverò del vino,
Mi lascerò tutta quella gente disturbata alle spalle,
Finirò quest’ultima cosa, e poi mi coltiverò del vino,
Mi lascerò tutti voi ragazzi disturbati alle spalle,
Quello che avete rubato l’avrei dato gratuitamente.
Codice Rosso! Mi stai fissando…
Codice Rosso! Mi sta fissando…
Some1
left Terra
on martedì, 18 settembre 2007
Drawer: musica, friends, here in my head
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